Wasted arena

 

 

The photographic series was completed by a text by Achille Filipponi / YARD press:

Ora tra le dune è già tutto finito. Hanno portato via tutto, non c’è più niente.
La sinfonia soffice del lido è tornata al suo rumore bianco.
Se guardate bene infatti, vi accorgerete che tutto questo che stiamo guardando, è uno spazio istantaneo e seduttivo che si sorregge appena, una lista di ready made della costrizione. Abbiamo di fronte il frutto estetizzato di una lunga lotta durata dieci ore che non ha portato, apparentemente, a nulla.
Solo apparentemente però. Perché ditemi se non siamo tutti selvaggi e fragili come questi ecosistemi fumosi, pieni di cose dentro ma votati all’incoerenza: come sta una boa vicino un vetrino, noi accostiamo per assonanza giorni e cose in cerca di un’armonia, ma non appena il teatrino si assesta e si compone poi dopo non lo amiamo più, ma non per crudeltà, è la sciatteria della digestione.
E qui i teatrini composti si affastellano chirurgici, ogni immagine è una cascata piatta che nasconde alle spalle un’incomprensibilità, un’ombra sul suo sfondo psicologico. Lo spazio fotografico è sempre manipolato, ma mai definitivo, è un viso truccato per una sera, una casa agghindata a festa che qualcuno all’alba lascerà ubriaco. Nello spazio visivo figlio dello sforzo di comporre si accalcano gli elementi dell’imponderabile, si producono una serie di inutili campi di battaglia, la terra è un accumulo insensato, l’aria è uno strato di fumo dissolto e flashato.

Come la vita di Jeff Goldblum in The Fly punta dritta alla sua stessa fine – perché il mostro può tutto ma si sta consumando – così il nostro sguardo vaga caotico alla ricerca di qualcosa in queste fotografie, vaga attratto da tutto, ma senza desiderio come sono gli occhi di un insetto. Senza un baricentro a cui appigliarsi, il nostro occhio naviga per accostamenti, si posa in pause brevi, è famelico come una lama che si muove nell’ombra e non sferra mai il colpo. >

Achille Filipponi

 

Ora tra le dune è già tutto finito. Hanno portato via tutto, non c’è più niente.
La sinfonia soffice del lido è tornata al suo rumore bianco.
Se guardate bene infatti, vi accorgerete che tutto questo che stiamo guardando, è uno spazio istantaneo e seduttivo che si sorregge appena, una lista di ready made della costrizione. Abbiamo di fronte il frutto estetizzato di una lunga lotta durata dieci ore che non ha portato, apparentemente, a nulla.
Solo apparentemente però. Perché ditemi se non siamo tutti selvaggi e fragili come questi ecosistemi fumosi, pieni di cose dentro ma votati all’incoerenza: come sta una boa vicino un vetrino, noi accostiamo per assonanza giorni e cose in cerca di un’armonia, ma non appena il teatrino si assesta e si compone poi dopo non lo amiamo più, ma non per crudeltà, è la sciatteria della digestione.
E qui i teatrini composti si affastellano chirurgici, ogni immagine è una cascata piatta che nasconde alle spalle un’incomprensibilità, un’ombra sul suo sfondo psicologico. Lo spazio fotografico è sempre manipolato, ma mai definitivo, è un viso truccato per una sera, una casa agghindata a festa che qualcuno all’alba lascerà ubriaco. Nello spazio visivo figlio dello sforzo di comporre si accalcano gli elementi dell’imponderabile, si producono una serie di inutili campi di battaglia, la terra è un accumulo insensato, l’aria è uno strato di fumo dissolto e flashato.

Come la vita di Jeff Goldblum in The Fly punta dritta alla sua stessa fine – perché il mostro può tutto ma si sta consumando – così il nostro sguardo vaga caotico alla ricerca di qualcosa in queste fotografie, vaga attratto da tutto, ma senza desiderio come sono gli occhi di un insetto. Senza un baricentro a cui appigliarsi, il nostro occhio naviga per accostamenti, si posa in pause brevi, è famelico come una lama che si muove nell’ombra e non sferra mai il colpo. >

Achille Filipponi